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La sveglia.
La porta.
La strada.
Ancora.
Alle sei e trenta
fuori dai vetri è ancora buio.
Mi alzo con una stanchezza
che il sonno non ha toccato.
Il caffè,
la borsa,
le scale.
Sul bus metto le cuffie.
Non avvio la musica.
Cerco un poco di silenzio
in mezzo alle persone.
«Come va?»
«Tutto bene.»
La risposta arriva
prima di me.
Ha imparato la strada,
sa passare fra le persone
senza fermare nessuno.
Anche oggi mi chiedono di restare.
Dico sì.
Penso alla porta di casa,
alla borsa da lasciare a terra.
Quando esco
porto ancora con me
le cose da finire,
le parole inghiottite,
quel sì.
Mi senti?
Sono qui,
fuori frequenza.
Le parole le sento dentro,
ma non riesco a fartele arrivare.
La sera perdo il filo dei discorsi.
Rido un istante dopo gli altri.
Mi chiamano per una foto.
Sorrido.
Il telefono conserva
quel secondo in cui sembra
che io stia bene.
Poi infilo la giacca,
esco dal locale.
L’aria mi tocca il viso.
Cammino senza dover rispondere.
«Dove sei?»
Scrivo: «Sto arrivando».
Guardo la frase.
La cancello.
Sto tornando a casa.
Tu apri la porta.
Mi chiedi come sto.
«Non tanto.»
Le parole restano fra noi.
Aspetto,
con la tentazione di correggermi
e aggiungere qualcosa
per renderle meno pesanti.
Invece respiro.
Non voglio più dire «bene»
quando bene non sto.
«Hai un minuto?»
Metto giù la borsa.
Tu ti siedi.
Non so da dove cominciare.
Tolgo le cuffie,
le appoggio sul tavolo.
Cerco una frase,
la lascio a metà.
Tu aspetti.
Sono stanco.
Lo dico piano.
Poi lo dico ancora:
anche da solo
faccio fatica ad ammetterlo.
Sono stanco
di portare fino a sera
tutto quello che al mattino
non ho saputo dire.
Mi trema la voce.
Riparto dalla sveglia,
dal bus,
da quel «tutto bene»
detto senza pensarci.
A volte mi fermo.
Tu resti seduto.
Mi lasci il tempo.
Domattina
ci saranno lo stesso vetro,
lo stesso bus,
la stessa strada.
Qualcosa mi peserà ancora.
Se mi chiedi come sto,
mi prenderò il tempo
di cercare una risposta.
Proverò a raccontarti.
Ho ancora fiato.